STAGIONE TEATRO DI NARRAZIONE DI BETTI COLOMBO

 
IL TEATRO DI BETTY COLOMBO

PROGRAMMA RASSEGNA

ORE 21 presso il PICCOLO TEATRO DI CAZZAGO BRABBIA via PIAVE 3

parcheggi piazza della Chiesa e del Comune

INFORMAZIONI SUGLI SPETTACOLI IN  PROGRAMMA

LE DONN E DELLA PESCA E DEL LAGO                         21 GENNAIO


È la storia, completamente inventata, di una ragazza che, fin da bambina, vede il lago dall'alto perché abita sulle colline circostanti. 

Quell'acqua è un elemento del paesaggio, un grande spazio lontano che ospita i suoi sogni e le sue invenzioni fantastiche.

I pescatori, visti da lassù, non sono altro che macchie sull'acqua.

Quando ne sposa uno e va a vivere giù, sulla riva del lago, deve imparare ad essere la moglie di un uomo che  di lago vive, che lo frequenta, lo conosce, lo usa, lo abita.

Il suo avvicinamento all'acqua è metaforicamente il nostro.

Oggi il lago è un bacino che tentiamo di risanare e di proteggere, è un elemento paesaggistico, una pausa fra le colline. La storia della pesca invece è un percorso culturale che ha determinato usi e costumi di generazioni intere.

Accompagnamento musicale di Francesco Nodari

GLI ARTIGLI DELLA MEMORIA                                          4 FEBBRAIO


Una donna, ex deportata in un campo di concentramento, è invitata in un contesto pubblico a parlare della sua truce esperienza. Accetta con riluttanza, convinta che solo gli uomini sappiano testimoniare mentre alle donne è riservato il racconto dei fatti più che la loro elaborazione.

Si prepara alla serata con cura andando dal parrucchiere e questo gesto fa affiorare tutte le “manie” che il campo di concentramento le ha lasciato nella pelle: odia guardarsi allo specchio, non tocca il suo corpo nemmeno quando si lava, rifugge ogni fragranza o profumo, non si mette in fila al supermercato se deve “prendere” il numero.

Le terribili esperienze vissute da prigioniera si sono conficcate nella pelle e la memoria continua ad attanagliarla rivelando l’orrore subìto proprio attraverso i gesti più domestici che quindi rendono la vita un continuo ricordare.

Il tempo che passa allontana l’esperienza vissuta, l’elaborazione culturale aiuta a collocarla nella Storia, ma le ragioni o tanto meno le giustificazioni -ammesso che ne esistano- non possono soccorrere la mente nell’accettazione dell’Olocausto.

Quando finalmente arriva sul posto e narra la successione dei fatti della sua vita, la sua ansia sembra placarsi: pare che il racconto le dia sollievo anche perché la platea, come solitamente accade, ascolta attenta.


Ma il narrare non basta più. Al giorno d’oggi non è più sufficiente raccontare perché tutto, anche i fatti più terribili, vengono “consumati” come un prodotto temporaneo. Bisogna testimoniare e consegnare a tutti il compito di far vivere la memoria.

Sono le parole di Primo Levi che la soccorrono nel finale aiutandola con forza a passare il testimone al pubblico.

PALUDI                                                                          18 FEBBRAIO


La palude Brabbia è una riserva naturale regionale. Gli operatori della L.I.P.U. (Lega Italiana Protezione Uccelli) se ne occupano con passione e competenza. Nessuno può più entrare in palude senza il loro permesso; è possibile però spiarla dai punti di osservazione predisposti che sono raggiungibili con appositi sentieri o passerelle tanto naturali nel materiale quanto artificiali nella funzione. Si sta ai bordi della palude, la si costeggia, la si sfiora ma non la si attraversa.
Ne hanno libero accesso solo gli animali: uccelli, pesci, mammiferi.
Le parole nostalgiche e stizzite degli abitanti dei territori limitrofi mi hanno restituito l’immagine di una palude regno di bellezze paesaggistiche irripetibili, fonte di lavoro e di ricchezza, luogo dalle innumerevoli risorse: torba, lisca, pesce, selvaggina, fiori, animali da  pelliccia (puzzole e qualche lontra).
Gli scarichi industriali hanno inquinato le acque palustri modificandone irrimediabilmente l’equilibrio.

Adesso la palude è preclusa all’uomo punito con l’esclusione per il male arrecato.
Alcuni sono convinti della giustezza quasi inevitabile della condanna.
Altri rivendicano con rabbia o con sincera nostalgia il diritto a godere ancora dall’interno di questo territorio unico.
Come sempre è difficile coniugare ragione e sentimento e io non mi cimento certo nell’impresa.
Mi limito a restituire con una narrazione di parole, suoni e musiche la mia immagine della palude e alcuni episodi che mi sono stati narrati.
È quasi un atto dovuto il mio, il saldo di un debito a chi in palude ha lavorato, penato, sofferto, goduto, tratto vantaggi e soddisfazioni.
È un altro tassello del mio lavoro di autrice in questi ultimi anni: “canto” i luoghi in cui vivo, metto in scena la tradizione sforzandomi di rispettarne e di valorizzarne i valori autentici.
OLMO IL SOLDATO                                                                4 MARZO


	Olmo è un bambino a cui piace moltissimo andare in bicicletta. Ogni tanto prende quella grande della zia e fa corse spericolate giù per la discesa di campagna appena fuori dalla cascina in cui abitano in tanti  nonostante i divieti della mamma.  
	Olmo casualmente si accorge che qualcosa di strano sta accadendo proprio in casa sua: gente sconosciuta che viene di notte, parole sussurrate, pacchetti misteriosi nascosti sotto i cavoli. Un giorno gli affidano un compito straordinario, una missione di “guerra”, una cosa da grandi: Olmo è solo e deve pedalare tanto, in fretta, lontano fino a diventare grande, fino a capire che la guerra si ruba anche l’infanzia e che non concede scelte.
	È una storia sulla crescita, sul diventare grandi, sulla scoperta dell’assunzione di responsabilità. Ma è anche un racconto sullo sguardo dei grandi che spesso perdono l’occasione di condividere il processo di crescita dei loro stessi figli.
	 E’ anche un modo per cantare i luoghi in cui viviamo, per riprendere contatto con gesti, sentimenti, ideali che hanno fatto la nostra storia perché credo che “per essere, bisogna essere stati”. E’ difficile costruire un futuro senza la consapevolezza del nostro passato.
	La tecnica della narrazione consente ad ogni spettatore di dare corpo alle immagini che le parole suscitano lasciando campo libero alle emozioni.
LE LUCI NEGLI OCCHI                                                          18 MARZO


	È uno spettacolo di narrazione sul sentimento dell’emigrazione esplorato attraverso tre storie.

La Lucia del Manzoni deve scappare dalla sua casa, deve abbandonare  affetti e luoghi amati per non subire le vessazioni di un uomo potente ed arrogante. La sua è un’emigrazione forzata, consumata fra la lacerazione del lasciare forzatamente la sua terra e un futuro oscuro, non scelto, che può solo fare paura. 
L’acqua che attraversa è un solco larghissimo.

La seconda storia è tratta da un racconto di Sciascia. Un gruppo di uomini ha deciso di andare in America a cercare il lavoro e la fortuna che la loro terra d’origine gli nega. Scappano dalla povertà e dalla miseria; hanno preparato il viaggio, hanno venduto tutto il vendibile per pagarsi il biglietto su un’imbarcazione clandestina, portano con sé gli oggetti della loro terra e un bagaglio immenso di aspettative, di timori, di sogni da realizzare. Il mare che li sospinge lontano sembra cullarli in un limbo prima dello sbarco. 

Ma gli scafisti disonesti non sono invenzione moderna: come pirati sanguinari rubano soldi e futuro facendo sbarcare i malcapitati in una terra che non è certamente quella promessa.

La Bagin di Cazzago Brabbia è partita alla volta dell’Argentina nel 1888. Porta con sé la figlioletta di un anno e la determinazione di riportare a casa un marito che sembra averla dimenticata. Viaggia in nave con gli emigranti veri che non sanno che cosa troveranno al di là dell’oceano e che combattono in gruppo la nostalgia che li attanaglia ancora prima che la nave salpi. Il suo tentativo di distinguersi dagli altri, di non farsi fagocitare dalla categoria degli EMIGRANTI si stempera presto nella solidarietà verso gli altri che, come lei, vivono il sentimento dell’emigrazione.